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Paolo Di Orazio - Spaghetti Western Freak Show - Watson Edizioni

06/08/2020 01:01

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Paolo Di Orazio - Spaghetti Western Freak Show - Watson Edizioni

Paolo Di Orazio - Spaghetti Western Freak Show - Watson Edizioni - Le recensioni in LIBRIrtà - Massimo Cracco

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Paolo Di Orazio

 

 

 

Spaghetti Western Freak Show

 

 

 

 

Watson

 

 

 

Le recensioni in LIBRIrtà

A cura di Massimo Cracco

 

    Per Emilio Carlomaria Martinetti Branzini ‘gli esseri umani normodotati erano inferiori a quelli mostrificati dall’arcano disegno della natura genealogica che lui studiava e curava da tempo’.

 

      Emilio Carlomaria Martinetti Branzini è un illuminato e visionario medico Pesarese, di Fermo per la precisione, ha messo in piedi un ospedale/ricovero dove raccoglie scarti della società, gli inguardabili, mostri cui è impossibile avvicinarsi, diseredati messi alla porta dal disgusto delle famiglie, corpi menomati e deformi per cui Branzini inventa appendici meccaniche, protesi e trabiccoli vari, corpi che cerca di restituire al mondo e che il mondo continua a respingere.

 

      Branzini quei corpi li ama davvero.

Non c’era altro che lo rendesse più felice nello scoprire cose nuove ogni giorno, grazie ai suoi pazienti, rappresentanti ognuno di una specie a sé per quante ve ne sono tra gli insetti e i mammiferi, individui reduci da un’inerzia mutante. Sono forse essi il ricordo reincarnato di qualche strana razza preumana estinta o decimata da quella dominante?

 

   Branzini vive in un finale di ottocento, è a suo modo un illuminista ma il mondo non è ancora uscito dall’incantesimo della superstizione, non può tollerare i vaneggiamenti di un visionario, l’artificio è trucco demoniaco, sediziosa incantagione; Branzini cerca di rimediare i corpi ma un rimedio è pur sempre un segno, la memoria di un irriducibile prima, la menomazione si accentua, il rimedio diventa sottolineatura, il sigillo del diavolo: all’ottusità dei compaesani, Branzini si oppone sorretto da una vocazione, la sua sfida è contro l’assimilazione di diverso a immorale, una tara, questa sì mostruosa, che ha radici culturali profonde e ataviche.

 

    Tra le sue invenzioni l’innovativa carrozzella trainabile che propone al Conte Mariotti, esemplare di razzista dannato dai soldi e dall’ipocrisia: la giovanissima figlia Elisabetta è nata senza gambe, non è mai uscita di casa, si trascina carponi, Branzini se ne innamora. 

 

    ‘La bellezza del suo volto e la deformità lo innamorarono perdutamente. Gli era capitato già con una foto, al mercatino di Fermo, e in passato. Ma ora, il suo animo aveva raggiunto il picco massimo. Si sarebbe fatto uccidere, ovverossia avrebbe ucciso per la piccola Elisabetta[..].

 

    Branzini si innamora di un viso risplendente bellezza e incastonato in un corpo interrotto, qui c’è uno dei temi cardine del romanzo, forse il più importante: una dicotomia riorganizzata in unità.

 

   Bello e deforme si toccano in una sutura che aspira a una cancellazione, separati dalla rinominazione di una morale tornano a convivere entro i limiti di un primitivo punto di accumulazione, Branzini è attratto da armonia e disarmonia e li mescola svelando la nostra ombra, scoperchia la pattumiera entro cui archiviamo paure ancestrali, riluttanze, superstizioni, razzismi; bello e deforme non si escludono a vicenda ma coabitano, e a pari titolo, nello stesso progetto.

   

   Ma la superstizione dei fermani è radicata, la prima uscita pubblica della contessina in sella al nuovo trabiccolo (trainato da due negri, secondo le disposizioni del Conte) corredato di un ingegnoso sistema per lo smaltimento delle sue auguste deiezioni, attira le censure del popolo e del potere, a muoverli c’è la dissacrante ostensione di un corpo rimediato con l’artificio. 

 

    ’E voi, date le circostanze vi permettete di mettere in mostra in questo turpe modo le miserie di un povero infante cospargendo mestizia a destra e a manca in un giorno di festa? Andatevene subito, o vi sbatto in cella con tutta la bambina’ intima un carabiniere al corteo. 

 

     La seconda sortita è anche peggio ma è l’innesco di un’ispirazione.

    ‘Il medico fermàno vedeva nell’unione tra il corpo e i correttori meccanici il vero futuro dell’umanità. Ma raggiunta questa specialità, e visto l’effetto dei trabiccoli per deformi sul pubblico, la sua idea perversa iniziava a delinearsi in un concetto di arte’ per mostrare che ‘il Signore e il demonio convivono nella stessa casa umana oppure sono, in essa, fratelli o sorelle’.

 

    Ecco l’ispirazione, dunque: allestire uno show itinerante, il Branzini’s Medical Show, da trasferire in America per mostrare ciò che nel vecchio mondo non si può mostrare, ‘Porteremo nel Nuovo Mondo il prodigio che nel nostro Vecchio è considerata orrore.’ ‘Perché un simile progetto?’ chiede Valeria la madre di Eleonora. ‘Non conosco altro modo per vendicarmi dell’ignoranza del popolo italico’ risponde Branzini. La deformità da esibire non è una provocazione ma una missione, nel mostrarla Branzini vuole sciogliere il rimosso, la spettacolarizzazione è la via per normalizzarlo.

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    Gli attori del Branzini’s Medical Show sono i reietti dell’ospedale, protagonisti involontari di un teatro ambulante: Pietro Hyman provvisto di una seconda e presuntuosa testolina cresciutagli sul collo, Temistocle il ragno umano nato con quattro braccia erculee, Serena la mantide leader carismatica della comitiva, mostruosa e poco socievole ma dotata di prodigiose facoltà psichiche, Spartaco il cobra nato con un apparato osseo inefficace e che si regge in piedi grazie a un avveniristico esoscheletro, Giovanna schiacciasassi la ‘Bestia’ (poco ma poco raccomandabile), Massimo gobbo morto sulla cui schiena campeggia una montagna di carne, Andrea con un naso graziosamente scolpito come quello di un suino; sono tutti scarti, vittime alla nascita di inumani soprusi genitoriali che Branzini ha ospitato e accudito nel suo ospedale, esemplari macroscopici di violenze domestiche che pure allignano nel silenzio della normalità. Dopo un lungo viaggio il ‘circo’ approda a New Orleans, dà inizio allo spettacolo e il romanzo prende la piega che non ti aspetti, Paolo Di Orazio compie inversioni e acrobazie di felicissima narrativa, la scenografia 

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diventa teatro di sangue, reiterata macelleria di brutalità data e ricevuta; e qui, nel raccontare la violenza sui corpi, Paolo Di Orazio rovescia la norma della percezione con la destrezza del maestro, espone il ‘dentro’ costringendo a un arretramento la dittatura del corpo come identità, esclude il corpo percepito per esporre quello dimenticato che ricordiamo solo con una tac sotto gli occhi, ci mostra le viscere, le ossa, il sangue, la carne scoperta, le forme di una fisiologia che esiste in una scandalosa indipendenza.

    E l’‘horror’ diventa la strategia di uno svelamento. 

 

    Corpi maciullati, decomposti, decostruiti, elementi organici che ne fuoriescono sono orrorifici ma anche verità in emersione, non è la crudezza delle descrizioni ad agghiacciare, non la violenza del gesto di smembramento, non la perentorietà di una ‘anatomia’, ad agghiacciare è la verità delle frattaglie che vivono non viste, siamo corpo dentro e fuori ci dice Paolo Di Orazio e anche il corpo dentro è un mostro abnorme perché non somiglia a quello esposto, e allora guardiamolo perché reclama di essere guardato: la violenza che Paolo Di Orazio racconta con la stupefacente disinvoltura di un habitué dell’incubo, è l’invito a guardare l’’inguardabile’.

    Cosa ricava Branzini dal ‘nuovo mondo’?

    Forse la suggestione di un azzeramento, l’intuizione di uno schema archetipico che sa riconoscere la natura in tutte le sue varietà, Branzini incontra la saggezza del femminino: il giudizio sui corpi è abito convenzionale, bello e brutto sono categorie, se detestiamo il mostro è per il rigetto di quello che ci portiamo appresso, un rigetto arrogante, la pretesa iscrizione a una norma cui gli ‘altri’, i ‘diversi’, non sono ammessi.

 

    A sostenere la spregiudicatezza lucida e scintillante di Spaghetti Western Freak Show vive una galassia di personaggi crudeli e grotteschi, una divertita drammatizzazione che fa dell’esistenza l’allegoria di un incubo e della lettura una seducente immersione; a conferire ancora più forza al racconto c’è una scrittura preziosa, felicemente arricchita e volutamente ricercata perché costruita sul tempo della storia, incisiva di bagliori visionari, densa di lirismi e immagini policrome che a tratti - eccellente sfumatura - non disdegna di canzonare sé stessa; ma soprattutto è una scrittura tridimensionale, i personaggi scappano dalla pagina per diventare quel che devono secondo le intenzioni dell’autore.

 

Corpi, forma, carne, vita, morte.

Se Spaghetti Western Freak Show è già nella lista degli appassionati di horror/splatter (in Italia e non solo Paolo di Orazio ne è sommo interprete), io lo raccomando anche a chi cerca intelligenza e ottima letteratura indipendentemente dalle tassonomie di genere.

 

Le classificazioni sono inutili e riduttive, ignorare un’opera perché appartiene a canoni che abitualmente non frequentiamo è autolesionismo: Spaghetti Western Freak Show è un libro da non perdere.

 

 

Titolo: Spaghetti Western Freak Show

Autore: Paolo Di Orazio

Edizioni: Watson

Pagg.: 178

Prezzo: € 16,00

Voto/Valutazione: Libro da non perdere