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#SpecialeAutori. Paolo Pera intervista e dialoga con Pierangelo Cardìa

27/04/2022 01:01

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#SpecialeAutori. Paolo Pera intervista e dialoga con Pierangelo Cardìa

#SpecialeAutori A cura di Paolo Pera

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A cura di Paolo Pera

 

Caro Pierangelo, benvenuto! Dopo Volg'arte a novembre 2020, negli ultimi mesi del 2021 hai dato alle stampe ben tre libri: il primo (da me illustrato, e ancora ti ringrazio per avermi voluto includere nel progetto) è Ricordi di Scuola; il secondo è la riedizione della tua opera prima (2018), Primus Grammaticus - Aneddoti Apocrifi dall’Islandese (e anche qui mi hai voluto coinvolgere usando una mia nota di lettura come postfazione, ovviamente lusingandomi molto); infine il terzo, uscito a novembre 2021, è L’occhio di Vetro di Erich von Stroheim (con le illustrazioni, stavolta, di Xhenesa Nurka). Anzitutto, perché tutto questo lavoro? Come spieghi quest’improvvisa accensione di infinite lampadine?

«Caro Paolo ringrazio te, per l’attenzione che mi rivolgi, a me che, soprattutto, sono lettore appassionato della tua scrittura.

I contenuti di quei libri stavano nella mia mente pronti a venire dettati al computer e già predisposti all’editing: scriverli e renderli pubblici era un dovere intellettuale, più che un’impellente esigenza (incontinenza?) da espletare come – mi pare di sapere – accade troppo spesso di questi tempi quando l’inchiostro viene gettato casualmente a spruzzo sulla carta.

Nell’esercizio di un’esistenza apparente, io gioco per scelta obbligata, stuzzicato continuamente da registi imperscrutabili o non nominabili, il ruolo di poeta, scrittore, autore di libri che corrispondono al prodotto finale delle mie ore giornaliere di lavoro.

Non sono – ammetto – un impiegato modello o un operaio irreprensibile ma a ogni fine di turno avverto la sensazione soddisfacente di aver svolto il mio compito nei limiti delle mie possibilità.

La paga è inadeguata, ma la mia coscienza è a posto.»

 

Spiega in breve il libro Ricordi di Scuola.

«Confezionato in una settimana e valorizzato dalle tue caricature e dalla copertina di Marco Fadda e Mazz Art, Ricordi di Scuola è un contenitore-oggetto divertente e da maneggiare con cura, una scatola che offre al suo interno una manciata di riflessioni corrispondenti alla fase anale dello scrittore in erba. Nulla di più che memorie, testimonianze, reperti, souvenir di scuola.

I ricordi più drammatici, più ridicoli, più pericolosi da essere rivelati li riservo a progetti futuri: vanno elaborati al meglio, per lasciare traccia – oltre la dimenticanza inutile – e per colpire nel segno della vergogna o della gloria senza conseguenze per me autore, evitando nel contempo che ad alcuno rechi dolore.»

 

Ora spiega il Primus Grammaticus, e non omettere dettagli importanti, eh.

«Primus Grammaticus è ispirato alla figura di un uomo tuttora anonimo, colui che scrisse la prima grammatica islandese nel XII secolo.

Per me diventò da subito figura leggendaria nel momento in cui seppi di lui intanto che mi preparavo a sostenere un esame di Linguistica.

In questo libro immagino di essere io stesso un grammatico e immodestamente quel grammatico; qui, nella dimensione del viaggio antropologico, racconto in versi il mio cammino interiore e reale del ritorno a casa dopo aver tentato la via della conoscenza allo scopo di sentirmi libero e di condividere questa necessità con i miei simili. La ricerca del Primo Grammatico (ne sto scrivendo la vicenda millenaria, per un progetto futuro piuttosto impegnativo) procede ancora, e tu Paolo, con il tuo commento che diventa postfazione, sei forse l’unico ad aver compreso i motivi intimi della scrittura di Primus Grammaticus.»

 

Come puoi immaginare… Spiega il tuo primo vero racconto, L’Occhio di Vetro di Erich von Stroheim.

«L’idea di partenza per la scrittura dell’Occhio di Vetro (quello di Erich; il monocolo) era incentrata sulla descrizione dettagliata di un’intervista spettacolare rilasciata da Marco Ferreri nei giorni della Mostra del Cinema di Venezia nel 1996.

L’intervista – conservo la registrazione su audiocassetta – era il nucleo a partire dal quale avrebbe dovuto disporsi un romanzo pseudo-autobiografico il cui protagonista avrebbe avuto modo di parlare di Cinema, buono e scadente stando al suo gusto, come settima arte che riproduce la realtà re-immaginandola e la condiziona di rimando in un processo reciproco artistico, infinito.

Man mano che prendono forma le immagini di Xhenesa Nurka che illustrano il libro, però la storia, il romanzo irrealizzabile, diventa racconto di me stesso e, intanto che scrivo, a ogni frase, ogni paragrafo, ogni interruzione di pagina, mi ritrovo – di nuovo – alle prese con un viaggio introspettivo ogni svolta del quale è ammissione progressiva della mia educazione sentimentale che avviene attraverso la rivisitazione o le citazioni dei film che ho amato di più tra quelli visti, come una volta succedeva, nelle sale cinematografiche.

Sono convinto inoltre che l’intuizione artistica della ‘misteriosa illustratrice’ contribuisca alla costruzione, non solo simbolica, di un racconto profondamente autobiografico.»

 

Com’è nata la tua passione per il Cinema? Il racconto è la tua lettera d’amore a quest’arte?

«Sì, anche: L’Occhio di Vetro di Erich von Stroheim è la mia lettera d'amore al Cinema; ed è la lettera d’amore che voglio immaginare il Cinema abbia indirizzato a me.

Sono appassionato di Cinema per motivi indescrivibili a parole.

Il Cinema è forma tangibile di un pensiero astratto, o un’arte per intercessione della quale può accadere che ci si innamori. Ma si sa, che l’Amore – come il Tempo – può essere spiegato solo agostinianamente: amore e cinema, tra le molte cose, non sono semplicemente l’espressione di fenomeni chimico-fisici.

Per questo e altri motivi credo che, per il Cinema inteso come arte figurativa, la mia passione sia innata, un piacere essenziale, una spinta finalizzata alla riproduzione di idee e tecnica, di personaggi e persone.»

 

Chi sono gli autori che hanno influenzato la tua scrittura? Una scrittura tardiva ma che definirei fresca, geniale, impegnata e viva, pur nel suo sperimentalismo naïf (se mi consenti il termine). Quali autori vanno letti a tutti i costi?

«Il mio primo ricordo è tolkeniano.

Era il 1960 ed era un tramonto di fine estate. Avevo quasi cinque anni.

Esco da una corte colorata di panni stesi ad asciugare; attraverso il villaggio dei miei antenati laziali; cammino per pochi passi in direzione del bosco verso mio cugino Ventura che smonta da cavallo; insieme, ritorniamo al casale.

Il genere Fantasy è quello che preferisco. Mi offre svago e volontà di approfondimento; mi alimenta l’immaginazione.

Il libro che però influenza la mia vita è I ragazzi della via Pál di Ferenc Molnár. Oggi ancora soffro felicemente della sindrome di Ernő Nemecsek.

Altri libri mi arrivano a sei anni: Peter Pan, Polly Anna, Piccole Donne…

Louise May Alcott.

Si dice di lei che scrivesse per ambizione di ricchezza più che per fama – entrambe le necessità non sfiorano Emily Dickinson. Ma sono convinto che Alcott sia da leggere per arrivare a comprendere Dickinson.

Il primo libro che ho acquistato coi miei risparmi (300 Lire) è stato Le Tigri di Mompracem: impossibile non desiderare di possedere un libro con quel titolo.

Ursula K. Le Guin, per l’attualità e la vastità dei temi letterari e civili che affronta è l’autore che più mi ispira; senza saperlo ho letto prima lei di Tolkien.

Poi Borges, e l’importanza della cultura e del ricordo. E prima di tutto la cultura necessaria è la conoscenza della propria lingua – e del latino, anche se dimenticato.

Con Borges imparo che tutti i libri sono già stati scritti ma che un libro riscritto apre a mondi mai immaginati prima, da esplorare per ritrovarsi o per perdersi.

Più avanti ho (ri)scoperto la Poesia da Pavese (Antenati è il suo componimento in versi che più mi piace) per arrivare a Paolo Conte.

E poi, sono cresciuto a canzoni: tra gli scrittori di canzoni – tra i molti – prediligo Bob Dylan e Lou Reed.

A proposito di contemporanei – i Classici per me, sono comunque contemporanei; non menziono autori: l’elenco sarebbe troppo lungo e ancora non sufficiente – ho amato la scrittura di Ilaria Palomba, di Paolo Pera, di Erica Mou, di Carlo Molinaro, di Franco Trinchero, di Sara Cassandra, di Trevi, di Barbu, di Turlea, di Atwood.»

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Perché Pierangelo Cardìa ha scelto la strada della sperimentazione linguistica?

«Per educazione.

La mia cultura e i miei anni mi insegnano che dire la verità esattamente per ciò che è, può confondere o accecare fino al momento paradossale in cui la verità non è più visibile o comprensibile.

Emily Dickinson invita a raccontare tutta la verità con delicatezza.

Io non gioco con le parole per confondere: le scrivo slant per raccontare la mia verità affinché non sia offensiva.

Come è noto ho dovuto scrivere, perché nessuno ascolta.

Ma sono un dilettante che vuole imparare.»

 

Nuovi progetti in cantiere? (Io spero di sì!) …

«È vero: in questo giorni ho aperti sul computer quattro fogli elettronici, per quattro differenti progetti narrativi che contengono l’idea comune di raccontare me stesso e la società in cui ho vissuto.»

 

Pierangelo, in conclusione, ci vuoi lasciare una massima da conservare e tramandare?

«Penso che con l’avvento dell’e-publishing siano morte letteratura e editoria. In un mondo senza limiti letterari si scrive quasi nella speranza di non venire letti: l’importante è pubblicare, magari a pagamento e essenzialmente senza controllo. Le regole di scrittura e di pubblicazione così come descritte precisamente dalla normativa, esistono sulla Carta ma non nei fatti e, come lettore che conosce grammatica e ortografia della lingua italiana, mi capita di imbattermi in prodotti imperfetti, anche dal punto di vista dei contenuti; la qual cosa non posso accettare, visto che quei prodotti li acquisto e li pago per un corrispettivo valore talvolta deludente.

D’altra parte – come autore che conosce e rispetta grammatica e ortografia italiana – consapevole dei limiti delle mie abilità narrative, a proposito di inflazione della scrittura pubblicata, sono uno dei pochi a mia conoscenza che abbia la volontà di fare autocritica.

Senza l’errore, non c’è progresso: ecco ciò che vorrei rimanesse come apertura progettuale.

Nondimeno in Letteratura, chi ha necessità sistematica di editor o correttori di bozze (certosini loro malgrado), perché non ha né volontà né capacità di applicare al meglio la conoscenza della propria lingua nella stesura di un manoscritto, non può, secondo me, esser dichiarato scrittore: correggere bozze è – affermo decisamente – attività più degna di ogni autocelebrazione autoriale immotivata e immotivabile. Alla parola scritta, vanno applicati paradigmi che corrispondano ai canoni ufficiali dell’attualità.

Ma, a tale riguardo, considero importante l’insegnamento di Chomsky: una frase grammaticalmente perfetta (green colorless ideas sleep furiously), dal punto di vista semantico può, tristemente, non avere senso alcuno.»