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L'editoriale - Il virus delle notti che non esistono più

28/02/2021 00:01

Admin

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L'editoriale - Il virus delle notti che non esistono più

L'editoriale - Il virus delle notti che non esistono più

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L'editoriale

 

 

 

Il virus delle notti che non esistono più

 

 

 

 

di Letizia Cuzzola


    È trascorso un anno dall’inizio della pandemia. Festeggiamo un compleanno, un anniversario. Non so dargli un nome.

 

    È scientificamente provato che un’abitudine, per diventare tale, ci impieghi dai 18 ai 254 giorni. Li abbiamo superati: quello che, all’inizio, appariva come un rimedio temporaneo al diffondersi del virus ha avuto tutto il tempo per diventare abitudine, sedimentarsi. 

 

    Prima di uscire non controllo più se ho messo le chiavi di casa in borsa ma la mascherina. L’agenda che prima prevedeva riunioni dopo le 21 o una birra con gli amici, adesso si ferma ore prima. Restano pagine bianche laddove non ci sono più baci, abbracci a fine giornata. 

 

    Per un lungo periodo ho condotto un programma notturno in radio: era un universo parallelo in cui si incontravano insonni, nottambuli, operai per cui la giornata iniziava con le ore capovolte, a una cifra. C’è un mondo che cammina di notte, quando ogni ora ha un odore diverso e l’aria sembra fermarsi ovattata. Quello che succede di notte non esiste, non si racconta. Ancor meno esiste adesso che alle 22, volenti o nolenti, siamo a casa. Quella casa che al principio della pandemia sembrava essere l’unico rifugio sicuro, una sorta di bunker in cui sigillarci in attesa che passasse l’attacco nemico. Ma non è passato. Siamo ancora qui con ancora più paure e nuove abitudini, con i rapporti umani ridotti a lumicino. Abbiamo stilato elenchi di “affetti stabili”. Si entra solo su prenotazione, i più fortunati in coppia. Alle 21 non inizia il secondo spettacolo al cinema o a teatro ma fra le mura domestiche. Inizia lo spettacolo del doversi inventare una nuova routine, del non cadere nella tentazione di adagiarsi immaginando che il peggio non avrà mai fine; inizia il rondò dei ricordi: di chi c’è ancora ma che non vediamo da ormai troppo, di chi c’è ancora ma è diventato inavvicinabile perché nega che possa essere pericoloso vedersi o perché ha ben impresso i volti di chi ama e vuole proteggerli rinunciando alla propria libertà. I più presenti sono i volti di chi non c’è più, di chi se n’è andato nel silenzio e nel vuoto di una solitudine imposta e che è l’arma più feroce. Nessun ultimo saluto. Parole, pensieri, sguardi persi nel nulla. Svaniti nel mai più senza passare dal forse.    

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E nella notte anticipata tutto fa rumore: i contatti esclusivi che abbiamo incluso nella nostra lista e quelli che avremmo voluto ci fossero accanto a tenerci la mano mentre aspettiamo che questa lunga notte passi. 

    Non abbiamo più la percezione del dolore, della morte. Forse all’inizio attendevamo il bollettino con ansia, inorriditi di fronte ai numeri crescenti delle vittime, dei contagiati; adesso ci siamo abituati anche a quelli; abbiamo perso la percezione della guerra in corso e con essa l’empatia, quel sentimento iniziale di sgomento. Per capirci, se mettessimo insieme il numero delle vittime avremmo una città come Lecce o Pesaro scomparse nel nulla. Abbiamo una generazione decimata: la generazione della memoria, della Storia che vorremmo cancellata dai libri ma che ci è necessaria come monito. È tutto una lunga notte in cui accendiamo prima le abat-jour sul comodino; auguriamo la buonanotte senza crederci, sapendo che le giornate si stanno somigliando tutte, che abbiamo dovuto riporre armi e bagagli in attesa di varcare i confini regionali anche solo per un fine settimana.    

    È cambiata la percezione del tempo: la DAD, l’aperitivo prima delle 18, il coprifuoco alle 22.

    Dicevano che ne saremmo usciti migliori ma non ne siamo ancora usciti. Siamo ancora dentro la pandemia, le case. Noi stessi. Non siamo stati capaci neanche di uscire da noi stessi, lasciarci andare dopo la convivenza forzata con i nostri limiti e le nostre paure. Abbiamo lasciato andare chi non c’è più senza batter ciglio e abbiamo smesso di prenderci cura di chi è rimasto. Non promettiamo più abbracci o impegni che ci coinvolgano emotivamente, come se la speranza e la progettualità fossero già un lontano ricordo. 

 

    È vero, dobbiamo stare ancora in casa, dobbiamo proteggerci e riguardarci ma non dimentichiamo, per favore, che dobbiamo andare avanti nonostante tutto e con quello che resta. Non dimentichiamo che dobbiamo un abbraccio e un pezzo di cuore a chi non ci è più accanto.