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Arrivederci Multikulti con Pina nel cuore. A Catania chiude un riferimento per la multiculturalità

07/09/2020 01:01

Admin

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Arrivederci Multikulti con Pina nel cuore. A Catania chiude un riferimento per la multiculturalità

Arrivederci Multikulti con Pina nel cuore. A Catania chiude un riferimento per la multiculturalità

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Nel cuore di Catania pulserà per sempre il nome di 'PinaMultiKulti'

 

 

Le news


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A cura di Federica Duello

Nel 1995 una nuova, piccola realtà colorita si instaurava nel cuore di Catania; giusto accanto alla piazza del teatro principale della città, anima della creatività artistica territoriale, una giovane ma già battagliera Pina Giuffrida fondava l’Ashram Multikulti insieme al marito turco Yilmaz Tutan.

La nascita dell’associazione mirava a eliminare le voci razziste che persino in Sicilia cominciavano a far sentire i propri starnazzanti rumori di sottofondo; con il suo operato, progetto dopo progetto, essa diventò nido d’accoglienza e solidarietà per chiunque avesse bisogno di amicizia, un bicchiere di vino rinfrancante e un luogo d’identificazione etnica e culturale: tra workshop per ragazzi e adulti stranieri, danze etniche, cucina internazionale, volontariati europei, corsi di lingue, serate musicali di qualsivoglia stampo, e, più in là, caffè letterari, l’Ashram ebbe la funzione di melting pot metropolitano, in cui chiunque si sentisse d’essere il letterale “pesce fuor d’acqua” avesse comunque un punto di riferimento quali le sue mura e i proprietari su cui poter fare sicuro affidamento. A oggi non è possibile contare quanti siano gli aficionados di una perla cittadina di tale rarità, lei, in grado di rimanere inspiegabilmente (ma si fa per dire) nel cuore di chiunque sia passato da quel portone di Via Landolina almeno una volta. Sarà anche la vicinanza al teatro, cuore identificativo di una città che unisce passato e presente senza far sì che questi si disturbino l’un l’altro?

L’ideale rappresentato dall’insegna “Ashram Multikulti” era talmente forte da non decadere neanche quando nel 2018 lo strenuo blasone del diamante urbano venne meno a chi l’aveva sempre amata. Pina era una donna facile da amare quanto da dover affrontare, date le sue doti combattive e perseveranti nel portare a fine ciò che combaciava con i suoi ideali di bellezza e unità. Non spenderò pensieri che non siano già stati espressi per tale donna, così complessa nel proprio essere da avere tanti amici quanti nemici che la rispettassero: benché fosse piccolina di statura, con le sue parole riusciva a far tremare i muri, d’amore o di paura, e tutto dipendeva dalle situazioni.

Discepoli di una maestra così singolare, tutti noi apprendemmo da lei l’arte della testardaggine, e nuovi e “vecchi” volontari si unirono per portare avanti una realtà degna di essere protratta nel tempo, dando un’immagine nuova e consolidando ciò che aveva da sempre caratterizzato quel luogo drappeggiato: qualsiasi colore, emozione e sentimento, era lì, pronto a essere espresso ed elaborato.

Dopo un anno di attività in ripresa, gli ultimi nove mesi non sono stati clementi un solo attimo, e ciò ha reso possibile quello che nessuno di noi si sarebbe mai aspettato: la fine del Multikulti, dovuta a una serie di cause legate alla povertà innescata da una pandemia limitante e sfociata nella voracità dell’essere umano voglioso di rivendicazione in una costante guerra tra eguali in cui il numero delle vittime non fa altro che crescere. Verrebbe da chiedersi se ne sia valsa la pena: non mi riferisco al supportare una causa nonostante le vicissitudini ci si fossero ritorte contro, ma parlo del sottrarre l’ennesimo avamposto di una realtà cittadina che cerca di andare avanti e migliorarsi anche a dispetto delle forze che la vorrebbero giù, faccia a terra, perché non può né deve permettersi di sognare nient’altro di ciò che già non sia, lei, specchio del proprio passato senza alcuna prospettiva futura, in mano a coloro che da tempo dicono di amarla ma la temono e per ciò la sopprimono. 

Assistere alla vendita degli oggetti ventennali o forse ancora più antichi, da sempre visti appesi ai muri di quella casa ottocentesca sede della mia, personale “Isola che non c’è”, mi e ci ha fatto male, ma credo che dove ci sia volontà e speranza, ci sia anche voglia di rinascere e agire. Sarà la sottoscritta a essere la solita visionaria o Catania mi vorrà stupire di nuovo rendendo valido ancora una volta il suo motto stampato sulla pietra della porta ferdinandea (conosciuto più popolarmente come Fortino), “De cinere surgo”? 

Dopo aver appreso della sua dipartita, scrissi questa poesia per Pina, ma rileggendola posso dire che sia lei che la sua creatura siano un tutt’uno, perché non è difficile immaginare queste parole applicate anche a un luogo di creazione e apprendimento identitario quale loro siano state per me e per tutti coloro che abbiano avuto la fortuna di conoscerle.

 

Na puddira sirvi sulu

A sapiri quannu u pani non è cchiù bonu;

Nda stu munnu

I puddiri su tanti, 

Tanti ca ni riciunu ca ri cca

Non c’è cchiù nenti ri pigghiari. 

 

Ma c’era na farfalla, 

Bedda, culurata e frisca, 

Na farfalla cumannera, 

Una ca riceva ca u pani

Ava gghiessiri ruci e sapuritu:

Chi ci vulevi riri? 

Era inutili farici avviriri

Na cosa sicca, ri ittari;

Picchì idda t’u pigghiava, 

E t’u trasformava, e tu cci crirevi, 

Ca c’era macari na spiranza 

Cca bona volontà, 

Ri cangiari a to pietanza. 

 

Sta farfalla sinni ju, 

Bedda comu sulu idda era;

Ca macari su nica ti pareva, 

Ti canciava la manera

Ri taliari a to dispensa. 

 

Oggi aju sulu sta matassa,

Stu pani ruci, stu pani mpasta, 

Unni l’ingridienti ci su tutti. 

Ju la vogghiu pigghiari n manu

E travagghialla megghiu ri comu piaceva

A dda farfalla,

 

Accussì ca quannu n’autra veni

Cca a manciari

Fazzu avviriri ca dda meravigghia sperta

M’ansignau a criari quacchiccosa

Ca macari all’autri piaci.