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"Fat Phobia: le radici razziste dietro la grassofobia" di Sabrina Strings (Mar dei Sargassi) è il ConsigLIBRO

21/09/2022 02:00

Admin

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"Fat Phobia: le radici razziste dietro la grassofobia" di Sabrina Strings (Mar dei Sargassi) è il ConsigLIBRO Autunno 2022

CondigLIBRO Ottobre 2022A cuta di Letizia Cuzzola

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Sabrina Strings

 

Fat Phobia: le radici razziste dietro la grassofobia

 

Mar dei Sargassi

 

ConsigLibro di stagione Autunno 2022
Le recensioni in LIBRIrtà


A cura di Letizia Cuzzola

 

    Dalla prefazione di Giulia Paganelli a “Fat Phobia: le radici razziste dietro la grassofobia” di Sabrina Strings (Mar dei Sargassi, 2022, traduzione di Marina Finaldi): «Le parole possono diventare il posto del mondo che occupi, la misura precisa dello spazio che esiste tra te e gli altri, quella massa informe di persone che non hai mai tempo di investigare a fondo ma che comunque consideri estranee al tuo recinto identitario». E quello spazio che dovrebbe essere solo nostro diventa, invece, uno spartiacque sociale, un vero e proprio fenomeno studiato e normato nei secoli. È uno spazio che cambia, dagli standard contraddittoriamente variabili: 

«Tanto si è prodotto sugli standard di bellezza femminile vigenti nel Rinascimento. Gran parte della letteratura sul tema espone l’ammirazione di cui godevano le figure pienotte, abbondanti e, al contempo, dimostra come a essere considerate attraenti non fossero solo le curve dei corpi, ma le loro proporzioni. Si riteneva che un fisico tondeggiante e armonico svelasse qualcosa della bellezza e del mistero divino, pertanto, riverendolo».

 

    Parte I: Il bello del robusto. L’analisi dell’origine del fenomeno parte dai Paesi Bassi dove, nel Seicento, si diffuse la convinzione che il bello fosse strettamente collegato al colore della pelle. Le testimonianze a tal proposito si ritrovano facilmente nell’arte, ampiamente citata e considerata in questo lavoro della Strings. 

Nel XVII secolo, con il regno di Elisabetta I il concetto di bellezza inizia a mutare e il colore scuro della pelle diviene sinonimo di bruttezza: «il bianco era stato a lungo associato alla purezza, alla bontà, al bello e l’ascesa al trono della sovrana vergine, ammirata per la splendida pelle d’alabastro, codificò tale associazione fra la gente comune», a restituire un’immagine negativa della pinguedine è anche il diffondersi della gotta e dell’alcolismo quali conseguenze di un nuovo stile di vita; si afferma, dunque, la convinzione che il grasso corporeo sia il riflesso di una vita eccessivamente malsana e legata al vizio e alla pigrizia, in contrapposizione all’ideale rinascimentale che trovava la proporzione nella pienezza.

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    Parte II: Peso, razza, patria e Dio. All’alba del XVIII secolo nasce in Inghilterra lo “standard del gusto”, che stabilisce come sin da subito: «gli uomini e le donne di belle maniere dovessero mangiare, bere e darsi un contegno. (…) Il bello, nella nascente cultura del gusto, non era più una questione di opinione personale o di proporzioni matematiche. Per molti filosofi inglesi, il giudizio sul bello richiedeva le facoltà superiori della mente razionale (maschile). (…) quando si trattava di giudicare il bello erano esclusivamente gli uomini a essere additati come arbitri del gusto, come quelli capaci di tracciare delle linee guida per il giudizio della bellezza». E arriviamo coì alla nascita della cosiddetta “estetica ascetica” e delle “diete”: ancora una volta un corpo abbondante viene considerato incapace di astinenza, quindi lontano dalle necessità spirituali di contenimento e morigeratezza. Al contrario, nei Paesi Bassi - «Lì, dove “soppesano le loro belle come fan col burro: al grammo”» - sembra continuare a prosperare l’idea che anche l’occhio voglia la sua parte e tenda a riempirsi allargando la visuale a più centimetri di pelle possibile. La questione qui è che a essere indagato e soppesato non è il corpo, in generale, ma soltanto le misure dei corpi femminili, il loro spazio fisico e il loro peso sociale (letteralmente però…).

L’estetica ascetica varca i confini europei e giunge negli Stati Uniti dove dà vita a un tentativo di regolamentare gli standard che avrebbero dovuto identificare la popolazione americana, darle un’impronta peculiare e riconoscibile. Ecco che sulle riviste iniziano ad apparire articoli mirati: «Gli articoli sull’argomento ricordavano spesso alle donne di essere le guardiane della morale domestica e le custodi della cucina. 

Era, dunque, loro responsabilità regolare indecenze e vizi ai quali andavano soggetti gli uomini» e i loro corpi dovevano essere testimoni della loro missione: la temperanza. Ancora: «Pur ammettendo che le nostre donne siano quasi del tutto manchevoli di rotondità, pochi fra noi, crediamo, preferirebbero all’esilità del Nuovo Mondo la corpulenza del Vecchio». Bah. 
Il razzismo come oggi lo conosciamo si deve teorizzato da François Bernier: il colore della pelle - nel XIX secolo negli Stati Uniti si giungerà persino a una classificazione delle tonalità del bianco della pelle per determinare la superiorità - diviene il criterio principale adoperato per la suddivisione dei popoli in gruppi razziali, azzardando che le differenze fossero date dall’incontro sperma e ovuli (bah di nuovo): «e finché “sperma e sangue” avrebbero determinato razza e apparenza, le donne belle avrebbero funto da riprova della superiorità o dell’inferiorità razziale intrinseca». Sarà, dunque, nell’Ottocento che la conformazione ‘morbida, tonda e abbondante’ delle donne provenienti dalle colonie africane di Inghilterra e Francia trasformerà questi corpi, queste differenze razziali in fenomeni da baraccone da sfruttare in esibizioni: corpi da spiare e toccare per saggiarne la rarità erotica e scientifica. Quelle forme che tanto avevano dettato il successo dell’arte dei secoli più splendenti, adesso sono linee da ridurre o esporre quale simbolo di eccesso deprecabile e inferiorità.

 

    Parte III: il peso della medicina. Arriviamo al Novecento con un nome noto, almeno a chi fa colazione coi cereali: John Harvey Kellogg - che dopo questa lettura per me può andare a dare i suoi cereali ai piccioni nei parchi -: «Riformare le donne della nazione, affermava, era l’unico modo per garantire la conservazione della superiore razza anglosassone» che meglio può servire Dio. Vegano, moralista fino all’esasperazione Kellogg divenne un modello da seguire anche al di fuori della comunità avventista da lui fondata. La predominanza del concetto per cui la magrezza sia sinonimo di salute prosegue almeno fino alla seconda metà del XX secolo, quando ci si accorge che questa è stata disattesa e l’obesità ormai dilaga dimostrando che per quanti sforzi siano stati fatti, mai si è raggiunta una forma fisica ideale e condivisibile da ogni società. Con buona pace di tutti.

 

Questo viaggio della Strings mi lascia numerosi punti interrogativi: è evidente che l’estetica ascetica continui a imperare, che per quanto la medicina abbia influito sullo sviluppo di un’immagine ideale basata sulla necessità di mantenersi in buona salute ancora oggi la forma fisica sia una questione di immagine e basta, che gli standard di bellezza femminili siano ancora appannaggio decisionale degli uomini (signore, storcete pure il naso, ma noi donne cambiamo look non per sentirci meglio ma quando abbiamo l’impressione che un lui ci sfugga e questo è scientifico anche). Al termine della lettura, quel che mi viene davvero da scrivere è un appello: iniziamo a non parlare più di donne grasse ma morbide, ché magari il fondoschiena largo ce lo siamo ritrovato a furia di cadere per terra senza che nessuno ci rialzasse.


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L'autrice

Sabrina Strings insegna sociologia alla University of California ed è maestra di yoga, che intende come pratica femminista. Nei suoi libri e nei suoi interventi pubblici come saggista e podcaster affronta l’origine razzista e sessista dei discorsi sulla bellezza e sulla salute. Ha vinto diversi premi per i suoi articoli apparsi su Ethnic and Racial Studies; Feminist Media Studies e Fat Studies tra gli altri. “Fat Phobia: le radici razziste dietro la grassofobia” è il suo ultimo libro, vincitore del 2020 Body and Embodiment Best Publication Award della Associazione Sociologi Americani.

 

Il libro

Titolo: Fat Phobia: le radici razziste dietro la grassofobia

Editore: Mar dei Sargassi

Pagg: 270

Prezzo: 18

Voto/Valutazione: Molto molto interessante