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SU “POSAMI SU UN PETALO DI ROSA” DI ILARIA PEDERZOLI

15/04/2022 00:01

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SU “POSAMI SU UN PETALO DI ROSA” DI ILARIA PEDERZOLI

A cura di Paolo Pera

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A cura di Paolo Pera

 

L’opera d’esordio di Ilaria PederzoliPosami su un petalo di rosa (Controluna, 2021), ci fa conoscere una poetessa alla quale spetta davvero questo titolo, vista la grande massa di verseggiatrici carenti o di dolcezza (desiderabile in una ‘poesia femminile’) o di ritmo, se non proprio di capacità di linguaggio. La Nostra, come la Pozzi (che sta in esergo al libro), insegna e – sempre come la poetessa estinta – arrossisce e s’intimidisce di fronte a chiunque si complimenti per la sua poetica ‘creatura’; è infatti il caso di dirlo: quelle della Pederzoli sono poesie timide e delicate com’è il petalo che lei vorrebbe essere tra le pagine della vita del suo innamorato («Desidero essere petalo tra le pagine del libro della tua vita»), ma la dolcezza luminosa, la luce che sempre sceglierà («Io scappo tra i fiori e le melodie per rinascere luce»), non è l’unico atteggiamento (sebbene sia il predominante) contenuto in queste pagine, va infatti detto che la Nostra, nel corso delle cinquanta poesie, cerca di ricostruire un vissuto, una storia d’amore e di successivo disamore che la cambierà: infatti, dinnanzi al tradimento d’un ‘Giuda’ a cui lei – come solo i buoni e i giusti sanno fare – s’era data tutta, scatta come logica conseguenza una condanna contro ogni forma di libertinismo, ogni atteggiamento poliamoroso che ha un sapore narcisistico, dongiovannesco, anziché di fusione d’anime: «Poveri gli occhi che passano da uno sguardo all’altro senza requie / Poveri i cuori che hanno stanze sempre troppo affollate / Povere le anime che non trovano una culla dove riposare, / ma da più braccia si fanno custodire».

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I buoni sono naturalmente portati a essere gli infermieri degli ingiusti, ma dopo un trauma che costringe a portare secchi e secchi di lacrime sul capo dovrà avvenire per forza una rivoluzione interiore, almeno per proteggersi da ulteriore pianto. Il volume si chiude prima con la riapertura a un possibile amore («[…] domani un cuore fiorirà»), a cui si concederà soltanto dopo aver appurato la sincerità e la purezza questo: «[…] mi piegherò solo al cospetto del tuo amore» ma anche «Ascolta / durante il tempo che percorreremo insieme rendimi libera di crederti, / io ti prometto che potrai accomodarti nel mio cuore, / per te mi farò culla», e infine con una provocazione che è insieme un augurio ai propri versi: «La poesia mi fa tanto ridere / Così avvolta da parole straniere / Stridule pose / Lente rime. / Cosa faccio con questi versi divisi, divelti, storti e derisi?», è infatti uso tra i poetanti più snob ridere dell’antiretorica di chi scrive della propria vita in poesia, di chi in versi mette per lo più emozioni, antiretorica da alcuni chiamata “sfogo”, antiretorica spacciata per retorica da chi retorico indubbiamente è. Ma la nostra poetessa, con la dolcezza e la verità della Pozzi dalla sua, ride di questi sofisti del verso, e alle propri parole augura lettori sensibili, dal cuore straripante, lettori capaci di farsi spugne, come comanda Zarathustra. Alla sua Poesia dice: «Ora prova a parlare se ci riesci!», ma noi sappiamo che già c’è riuscita.


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