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Speciale Francesco Permunian: sillabario di un caso.

2020-09-18 09:04

Admin

Recensioni, home, evergreen, interviste, Francesco Permunian, Sillabario dell'amor crudele, Il caso Permunian,

Speciale Francesco Permunian: sillabario di un caso.

Lo Speciale - Francesco Permuniam introdotto e intervistato da Massimo Cracco

Speciale Francesco Permunian:
sillabario di un caso.

Il poeta e scrittore di Cavarzere intervistato da Massimo Cracco, che apre il servizio recensendo Sillabario dell'amor crudele, ripercorre alcune tappe del 'caso' del suo esordio: «Della qualità di Cronaca di un servo felice, ero - e lo sono ancora oggi - convinto. A loro, blasonati editori, stava a cuore (allora come oggi) nient'altro che la produzione di una letteratura di largo consumo. Una letteratura da supermercato, insomma, mentre a me piace invece una letteratura di alto artigianato».

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A cura di Massimo Cracco
 

La recensione.

 

   Francesco Permunian da Sillabario dell’amor crudele (Chiarelettere, 2019, 199 pp): “[..] ecco perché io sottoscritto Teodoro Maria Baseggio (non più tanto giovane ma comunque sano di mente e di corpo), finalmente mi sono fatto coraggio e, impugnata una penna, ho dato voce ai fantasmi della mia schifosissima infanzia abusata e tradita [..]. Giunto alle soglie della vecchiaia, dichiaro pertanto e confermo l’inconfutabile veridicità di quanto esposto nel presente Sillabario in cui ho inteso narrare, costi quel che costi, il mio faticoso viaggio di risalita dall’inferno di un orfanotrofio cattolico della nostra cattolicissima provincia”.

 

    La geografia del Sillabario dell’amor Crudele (che ha vinto la XXXIV edizione del Premio Dessi) è quella di Verona e del Lago di Garda, i capitoli del romanzo si susseguono dalla A alla Z, a ogni lettera corrispondono temi ed episodi del racconto di Teodoro Maria Baseggio, nano per costituzione fisica, gigante per coraggio e abilità dialogiche; a causa della sua deformità, Teodoro è ripudiato dai genitori e affidato alle cure delle Ancelle misericordiose della divina provvidenza, un orfanotrofio/lager gestito da Suor Clemenzia; alle soglie della vecchiaia Teodoro decide di mostrare le ferite, il Sillabario è un diario di denuncia, il resoconto di un faticoso ‘viaggio di risalita’ da un cattolico inferno di cattolicissima sopraffazione, ma è anche dichiarazione di vendetta, Teodoro arruola una manipolo di neofascisti reduci di Vichy per punire i responsabili delle sopraffazioni patite.

   L’orfanotrofio è luogo di vessazione e santissima tenebra, prelati e suore liberano perversioni concimate da un humus infetto di cattolica ipocrisia, le sfogano su bambini indifesi, alcuni sono nati con malformazioni; sono brutali e fantasiose umiliazioni, gli abusi sessuali sono la norma, gli orfani accumulano materiale perfetto per l’edificazione di disperate esistenze, tagli ricuciti ma ancora sanguinanti, sante stimmate lasciate da carcerieri camuffati da santi uomini.

   Ci sono diversi modi di raccontare lo scandalo, con rabbia devastatrice per esempio, ma la rabbia è un sintomatico che allevia senza guarire, è un fuoco che si consuma svelto con l’inconveniente di lasciare ustioni nell’anima di chi lo accende; oppure c’è il modo dell’intelligenza e del sarcasmo, la strategia di Francesco Permunian, una vivisezione praticata con dosate gocce di sedativo, un’incantevole ironia pesata ma incisiva che mette a dormire la tragedia preparandole un risveglio da farsa grottesca.

   Francesco Permunian scandaglia in profondità eludendo tentazioni distruttive, trasforma l’odio potenzialmente accecante di Teodoro in un disprezzo disincantato e straripante grazia, traccia perimetri di sicurezza per affondare colpi netti e precisi, Permunian non sguaina il piccone ma il fioretto, la punta cesella contorni, la sua lingua esatta e raffinata ricava caricature di uomini e donne, sgargianti quadretti da appendere sul nero fondale dell’esistenza.

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Il Sillabario dell’amor crudele è la storia di Teodoro ma anche la rappresentazione della commedia umana, un capolavoro d’induzione: i fatti della scuola Provolo di Verona, dove prelati abusarono di bambini sordomuti, perdono di specificità per diventare epica della sopraffazione e della menzogna, l’epica della chiesa Cattolica e delle sue millenarie ossessioni, è l’esistenza stessa a finire sotto accusa, i dogmi sono una compensazione, siamo una razza da circo, le regole che ci infliggiamo sono il patetico tentativo di censurarcelo, clown e teologi si differenziano solo per un velo di cerone e per gli abiti che indossano.

   Teodoro è circondato da personaggi/clown, comici e grotteschi nella loro meschinità, infelici nel loro destino reticente di amore e bellezza, alcuni compagni del lager/orfanotrofio abitano il suo stesso stabile, di proprietà delle Clementine, Teodoro va a viverci a diciotto anni, sposa Bernarda da cui divorzia nel giro di pochi mesi, trova lavoro a Milano presso un’importante casa editrice in veste di ultimo degli ultimi, torna a Verona come assistente, nano, di un assicuratore nano pure lui.

   Permunian svela ipocrisie, la Chiesa impone dogmi che per prima non rispetta, il potere fa le regole e poi le disattende, è la prassi, gli impostori sono ben camuffati, per capirlo ci vuole il terzo occhio: “Magari stai parlando con un tale che pare la persona più giusta e devota del mondo, un uomo di Dio come Padre Mendes (tanto per fare un nome) e di colpo, guardandolo col terzo occhio, ti accorgi che quello che hai davanti non è un uomo di Dio bensì un uomo del diavolo”.

   Padre Camillo Mendes Alcoforado è di certo uomo del diavolo. Eminente inquilino del Vaticano, controlla l’orfanotrofio e i corpi degli innocenti che lo abitano, parafiliaco per dono della Provvidenza sceglie le sue vittime spiandole nelle camerate, i prescelti sono obbligati all’erogazione di fantasiosi favori sessuali, la prediletta è Tortorina -una delle poche creature a cui Teodoro accorda sincero affetto- costretta in ginocchio a darsi della puttana prima di ricevere i servigi dell’uomo mandato da Dio.

   Da duemila anni la Chiesa insegna il pericolo dei corpi, la loro rimozione, da duemila anni gli uomini amano da peccatori, ma la natura è indomabile, non muore, si ricicla in vizio, i personaggi del Sillabario ne sono i raffinati esegeti, ne inventano fantasiose varianti; ecco Mabilia, zia di Teodoro, che prega i santi di procurarle, con procedura d’urgenza, un cazzo che la salvi dallo scomodo di una insopportabile castità, Maria Josefa Tetana che si concede senza freni e abbandona in orfanotrofio le creature che mette al mondo, Romualda la pescivendola che si tocca le pudenda urlando “Pesce vivo!”, il papirologo dei Lincei che inscena un farsesco funerale di commiato per il tradimento del suo toy boy.

   Ha ragione Michel Foucault, il cattolicesimo provoca la follia, ingenera allucinazioni, conduce gli uomini alla disperazione e alla malinconia, fa nascere credenze deliranti; come la conceptio per aurem, il credo dei Cristiano auricolari, setta cui appartengono Amanda e Andreas Hofer, fanatici di Ratzinger e detrattori dell’eretico Bergoglio: la Vergine Maria ha partorito dall’orecchio (il destro, per la precisione), ecco sapientemente spiegato il dogma dell’Immacolata Concezione.

   Non mancano stoccate al veneto fascio-leghismo che, in nome di Dio, cerca di ricacciare chi cerca di salvarsi da guerra e fame, ce n’è per tutti, anche per l’editoria, l’ufficio milanese dove lavora Teodoro è un via vai di autori e vedove di autori che battono cassa per reclamare diritti, scrittori baciati da un iniziale fortuna e subito tornati nel dimenticatoio: “Ed è sempre là, in quell’esclusivo salotto editorial-mondano, che io ho servito il caffè al ghota della letteratura dell’epoca; se volessi potei fare ancora i loro nomi e cognomi, uno per uno, ma a che servirebbe? Tutta quella gente allora così chiacchierata e famosa, da tempo giace nella polvere e non dice più nulla a nessuno”.

   Ma dal rancore di Teodoro Maria Baseggio qualcuno si salva: l’amica Tortorina, vittima preferita di padre Mendes, sulla cui incolumità vigilano stormi di tortore e piccioni che sorvolano le umane miserie accudendo la bimba infangata di lordore ecclesiale, una sfumatura di gentilezza stilistica e suggestiva poesia; e poi ci sono i barboni, gli ultimi, gli esuli del teatrino dell’assurdo a cui Teodoro lascia la prima parte della sua eredità. A quale progetto egli destina la seconda? “Per finanziare la caccia a quei preti pedofili che, nel silenzio assordante della Chiesa cattolica, un dì fecero strage della mia innocenza”.

   

   

Il Sillabario dell’amor crudele è letteratura, poesia, verità. Francesco Permunian è un Autore vero, il maiuscolo è rarissima eccezione.

   


L'intervista. (Numeriamo per comodità)

 

1. Sillabario dell’amor crudele prolifera di anime bigotte e meschine, ‘mostri’ tratteggiati con umorismo e delizioso sarcasmo traboccante grazia. La sensazione è di una lingua funzionale a un distacco, una lama affilata che produce solchi di misurata violenza come per evitare un dissanguamento. Una strategia (di felicissimo esito) per controllare uno sdegno potenzialmente esplosivo? Una tattica per depotenziare un rancore incendiario? Come vive Francesco Permunian il sopruso sui più deboli, l’ipocrisia del ‘male’ travestito da ‘bene’ (“guardandolo col terzo occhio, ti accorgi che quello che hai davanti non è un uomo di Dio bensì un uomo del diavolo” dice Teodoro)?

 

2. I secoli di Cristianesimo, in particolare di Cattolicesimo, hanno fatto danni irreversibili, la sessuofobia (‘Il cristianesimo dètte da bere a Eros del veleno – costui in verità non ne morì, ma degenerò in vizio’ scrive Nietzsche in Al di là del bene e del male), l’asfissia di una morale unica e dogmatica, la puerile fantasia di un aldilà giudicante che ci disobbliga, nell’aldiquà, da un etica consapevole. Le vocazioni crollano per traiettorie verticali, le Chiese Protestanti incamerano i fuggiaschi del Cattolicesimo che sembra agonizzare. La Storia insegna che una religione, come ogni organismo vivente, nasce, cresce, muore e alla Chiesa Cattolica, forse, della sua bimillenaria storia restano da vivere gli spiccioli. Visione troppo ottimistica? Quanti decenni di prestigio si possono ancora prevedere per il Cattolicesimo?

 

3. Teodoro Maria Baseggio scrive: “è capitato anche a me di sentire una sorta di applauso cosmico che rimbomba sotto un cielo di stelle autunnali. E’ come se Dio, un dio malinconico e fanfarone, battesse le mani all’impazzata per non impazzire davanti alla commedia umana. Davanti a quel formidabile teatro dell’assurdo de lui stesso ideato e creato.” Ecco, in quali termini l’esistenza è teatro dell’assurdo?

 

4. "[…] un critico ha dichiarato di provare così’ tanta vergogna davanti all’attuale romanzeria italiana (“un’inutile fabbrica di zombi e di pataccari!”) da rimpiangere i tempi in cui l’editoria era guidata da gente del calibro di Livio Garzanti e del dottor Festivo”. A me pare che ‘pataccari’ sia perfetto, ogni anno ‘escono’ circa ottantamila nuovi romanzi per la maggioranza inutili, autori originali vengono scartati per questioni di mercato e il mercato, oggi, non è confermato solo dagli editori ma anche dalle pretese della distribuzione. Cultura (come la intendeva Guido Morselli: ‘ciò che ha il potere di un cambiamento’) e imprenditoria (è a partire dagli anni ’80 che gli industriali iniziano ad acquisire case editrici) a mio modo di vedere non possono convivere, all’imprenditoria non interessa il cambiamento, interessa far cassa, l’imprenditoria eccettua visioni del mondo alternative per radicalizzare l’inerzia del pensiero collettivo. Come si è arrivati a quest’apice di insignificanze letterarie? E’ un processo reversibile?

 

 

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5. In Italia il caso Francesco Permunian è tra i più indicativi, ci sono voluti anni di vicissitudini prima che Cronaca di un servo felice trovasse il suo primo editore (Meridiano Zero). In tempi recenti autori hanno pubblicato la loro prima opera con importanti (sulla carta) case, per tornare nell’oblio dopo vendite da capogiro; penso che raggiungere il successo per strade impervie sia già di per sé la certificazione di una qualità, di una voce che non vuole rassicurare lettori facilmente appagabili da comode ‘certezze’. 

 

Cosa ne pensa? La soddisfazione per l’enorme successo della ‘Cronaca’ ha mitigato l’amarezza dei rifiuti? La sofferenza della prima pubblicazione ha inciso in qualche modo sulla sua percezione del mondo editoriale, sul modo di viverlo?

 

 

6. Sta lavorando a qualcosa? Può darci delle anticipa- zioni?

 

Un sincero ringraziamento a Francesco Permunian che ha accettato di rispondere alle domande, nell'ottima forma di riflessioni a ruota libera, per il blog "Letto, Riletto, Recensito!" 

________________

«Figlio di contadini e operai, io sono nato in un ambiente rurale – le campagne del Polesine degli anni Cinquanta – profondamente segnato da miseria, alcolismo, emigrazioni e dure lotte sindacali contro un patronato agrario che, fino a pochi anni prima, aveva sostenuto e foraggiato il fascismo. 

In tale contesto la religione cattolica aveva un ruolo molto importante; allora i seminari erano affollati di giovani avviati al sacerdozio e la parola (nonché la condotta) di un prete non veniva mai messa in discussione. Se ti ribellavi, venivi allontanato dal gregge come una pecora pazza.

 

 

 

   Che è appunto ciò che è capitato pure a me allorché ho cominciato ad aprire gli occhi. A vedere cioè la morte e la scomparsa di quella civiltà contadina (la pasoliniana “età delle lucciole”) che era durata per secoli e secoli. 

A vedere e a constatare, insomma, come l’ultimo lembo del cattolicesimo si ritirasse dal mondo mettendo allo scoperto le sue tante magagne. Le sue infinite miserie e ipocrisie, di cui ho cercato di dar conto in Sillabario dell’amor crudele. Un testo diviso per scomparti alfabetici nei quali un piccolo reietto (un nano), vissuto tra gli orfani e gli esseri deformi di un convitto religioso, si fa testimone e accusatore di santa romana chiesa cattolica.

Egli infatti è il figlio ribelle di una Chiesa malata, il frutto di una tragedia umana che individua le sue colpe nella corruzione delle gerarchie ecclesiastiche. E, tuttavia, non perde mai i contorni di una redenzione avvenuta non per ragioni di fede, ma per opera della scrittura che, nell’atto stesso di narrare, diventa strumento di innocenza riconquistata.

 

   Il Veneto, di cui mi sento figlio per lingua e tradizioni, ha sempre avuto un rapporto controverso con la religione cattolica, basti pensare al Prete bello di Parise o alle Lettere di una novizia di Piovene. Tuttavia dal Veneto – e dalle campagne del Polesine - io me ne sono andato via 40 anni fa: vivo appartato sul Garda, che è già Lombardia, dove nel frattempo ho tentato di elaborare una narrativa che andasse oltre la provincia veneta, legando dialetto, antropologia e memoria del territorio con le contaminazioni di un’Europa laica e illuminista.

Nel mio prossimo libro – in uscita a fine gennaio 2021 per le edizioni Italo Svevo – ad un certo punto scrivo, tra l’ironico e il desolato: “Dopo duemila anni di attesa le speranze di salvezza sono impallidite a tal punto che ogni promessa di vita eterna sembra ridotta ormai a un’atroce barzelletta”. 

 

   E a conferma di ciò, faccio seguire una considerazione di Sergio Quinzio estrapolata da una sua lettera a Guido Ceronetti in data 28 settembre 1984 che recita così: “Mi sembra ben vero quel che scrivi dei preti di ieri; quanto a quelli di oggi la loro condizione è quella che tu descrivi, ma credo che la maggior parte di loro non sappiano della inadeguatezza della loro dottrina e della loro fede e vocazione, che non sospettino di avere tra le mani un’utopia allucinata e delusa (il sottolineato è mio), quella che con qualche resto di cero cristiano si possano riscaldare queste distese di glaciali sarcofagi atei”.

   

   Quanto alle domande finali (4 e 5), credo che le risposte – che condivido in toto - le abbia già fornite lei, caro dott. Cracco.

Lei mi chiede tra l’altro cosa abbia mitigato l’amarezza dei numerosi rifiuti da me ricevuti quando cercavo – inutilmente - di far pubblicare Cronaca di un servo felice.

Le rispondo dicendole la verità, ossia che a quel tempo ero profondamente stupito e “deluso” dalla miopia di tanti illustri e blasonati editori. Ma che, ciò nonostante, io ero allora - e lo sono ancora oggi - assolutamente convinto delle qualità di quel mio esordio letterario. Anche perché a sostenere tale mia convinzione c’erano poeti e filologi del calibro di Andrea Zanzotto e Maria Corti, ai quali avevo preventivamente fatto leggere il mio racconto.

Poi col tempo, a pubblicazione avvenuta, quando il “caso” finì sulla stampa nazionale, qualcuno di quei signori che mi avevano bocciato ebbe la bontà di telefonarmi per chiedermi scusa. Ma a tanti altri – la maggioranza – del mio Servo felice non è mai importato invece un fico secco per il semplice fatto a loro stava a cuore (allora come oggi) nient’altro che la produzione di una letteratura di largo consumo. 

Una letteratura da supermercato, insomma, mentre a me piace invece una letteratura di alto artigianato

Una scrittura solitaria, visionaria, e anarchicamente indipendente: ecco, è tutta qui la differenza tra me e loro. Tra me e quegli infaticabili produttori e manipolatori di saponette a buon mercato».

 

A seguire alcuni libri di Francesco Permunian.

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