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Max Ponte - Ad ogni naufragio sarò con te - La strada per Babilonia

2020-12-07 23:01

Admin

Recensioni, home, Max Ponte, Ad ogni naufragio sarò con te, La strada per Babilonia,

Max Ponte - Ad ogni naufragio sarò con te - La strada per Babilonia

Max Ponte - Ad ogni naufragio sarò con te - La strada per Babilonia - L'angolo della poesia - A cura di Paolo Pera

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Max Ponte

 

 

 

Ad ogni naufragio sarò con te

 

 

 

La strada per Babilonia

 

 

 

L'angolo della poesia


DIVERTISSEMENT SENTIMENTAL-CIVILI

A cura di Paolo Pera

 

La terza silloge di Max PonteAd ogni naufragio sarò con te (La strada per Babilonia, 2020), giunge anzitutto come un canzoniere amoroso – a dispetto di quanto dice il postfatore, Luigi Cannillo – entro il quale è profusa la visione civile e politica del Nostro, terminando poi con una breve sezione che descrive a ritroso, e con la stessa simpatica bizzarria linguistica, l’esperienza del primo lockdown (il mortal confino, come l’appella Ponte, col corrispondente straniamento).

 

Intendo fin da qui esplicitare il motivo che mi spinge a dare questo titolo alla recensione: di Ponte possiamo apprezzare subito il linguaggio (che è già una miscellanea di latinismi, ricercatezze, espressioni pop, e stravaganze varie), ne viene dunque fuori un gradevole esperimento in divenire, di opera in opera ricaviamo quasi una dolce asprezza: Mi dai in pasto / contumace le tue parole / scritte con inchiostro di limone. Pur nella serietà di certi componimenti politici non possiamo sottrarci dal constatare il carattere divertito che pervade ogni poesia: la concessione del lavoro venne / come una promessa calata / dall’alto una brioche della regina […]; e poi: incontriamoci a metà strada / dopo la frontiera a Lione / in questo tramonto d’Europa / in frontiere sempre più strette / varcate da giovani migranti / disperati in nazioni di falliti / e di vecchi incontriamoci / segretamente in un angolo / del continente sotto questa / cortina di ferro mediatica / in questa guerra sempre / meno apparente nella / costruzione pubblica di / falsi e comodi nemici […]. Viene dunque naturale identificare come prima cosa il costante gioco d’immagini e di riferimenti, a volte filosofici: ho per te / una regione cava ed / una ragion sufficiente…​ Insomma l’apparente frivolezza di questi canti si rivela invece il recipiente d’importanti riflessioni: Ti lascerò in eredità / tutte le mie poesie / raccolte in vasi.​

 

Per un lungo percorso Ponte ci narra un amore, non scevro da buffe immagini, di cui pare essere grato fino al pianto: E tu da dove / vieni e come / fai ad essere / qui ad inondare / il mio spazio / militare con / un pianto di luce? Avvicinandoci pure alla dimensione intima della coppia: Davanti al / tuo collo d’Atena / e al tuo seno / di polena / s’incagliarono / le triremi / e affondò / la sfera;​​ e poi: Amor mio barocco / psicopatologico e con la candida / ti scrivo su fazzoletti di carta / sono il diaframma che ci separa / sporco di muco e di sperma… L’amore interno alla coppia diventa poi un sentimento esteso a quell’idea di uomo che oggi è difficile rintracciare, specialmente dopo il Covid: Siamo già in terapia / intensiva per aver / abdicato alla vita / spiriti confinati / zimbelli delle stelle / umidi di paura.​ Il poeta si rende allora un “agitatore” pur di scuotere i più da quel sonno della ragione che li ha fatti ricadere nella ferinità, costringendo così la Provvidenza a imporre un ricorso storico?

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Prima di discutere l’ultima sezione – quella sul tempo virale, espressione che vorrei tanto aver coniato io… – intendo dare un piccolo spazio alla riflessione sulla morte del poeta, che si esprime anzitutto nella poesia Dove finiscono i poeti morti? (dedicata alla memoria dell’artista Arrigo Lora Totino) che è forse la migliore del libro, per stile e visionarietà. Dove finiscono i poeti morti / quelli scomparsi ancora una volta / per compiacere gli umani / dove finiscono con i loro arti / i loro disordini i loro oggetti / dispersi e i loro amori ultimi / dove finiscono i poeti morti / nelle acque minerali?​ La morte in Ponte risulta quasi il passaggio da un mondo in cui la visione ci appare a un mondo in cui si è la visione: Alla fine del sole / saranno lì con le vocali / a far ripartire vulcani / il linguaggio dimenticato / sì perché i poeti muoiono / ma solo per un errore / di significato… Anche così, anche divenendo visione, la morte rimane una morte: sarà questa la dipartita / un morso ai lobi / ai lembi ai lemmi / della vita. 

 

Eccoci infine al tempo virale – quello “coronato” di peste, smaterializzazione e distanziamento sociale –, a questo novello ospite inquietante come potremo mai rispondere? […] lancia “due dadi dindondì” / che fan comodo fino a lunedì / così il virus si prende paura / ché troppo fantasia sai / è quasi una cura.​ Con l’arte allora, col lavorio mentale utile a non incretinirci completamente (pur stando per lo più al di qua di un PC). 

Ormai pare quasi impossibile mobilitare con la poesia un popolo che ha stizza e timore insieme d’ogni simile che non sia un familiare – un simile guardato come Giuda, o come un possibile untore! –, il decadimento dell’uomo occidentale appare irrefrenabile: verremo dunque riprogrammati quali automi, azionatori di macchine e di algoritmi? Questo è estremamente probabile. Quel che è altresì certo è che Ponte, mai sazio di lottare contro questa disfatta, ci assisterà durante il naufragio di noi tutti con carmi che – se ascoltati – potrebbero portarci fuori dalla caverna: alziamoci e organizziamo / la resistenza.​

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